Libri : Un’Ucronìa. La Recensione di Pier Paolo Segneri

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Ci sono almeno due chiavi di lettura all’interno del libro di Sergio Mario Ottaiano, due registri espressivi che coesistono, convivono, si completano a vicenda. C’è una chiave di lettura più alta, più colta, più ambiziosa e poi c’è un livello per tutti, più semplice, cautamente accessibile eppure altrettanto profondo, intenso, accattivante.

E’ un libro per tutti e acquista un significato diverso a seconda dell’età in cui lo si legge. Il romanzo Un’Ucronìa (Genesi Editrice, Torino 2014, pag. 93) è una storia intima, molto interiore, quasi un gioco di specchi in cui l’autore riflette e fa riflettere. Tra i pregi del volume vi è sicuramente il tipo di scrittura che Ottaiano sperimenta e custodisce. E’ un libro agile, piacevole, a tratti dirompente e, alla fine, addirittura breve perché si legge in modo appassionato e cattura l’attenzione fin dalle prime pagine, senza annoiare mai. Non fatevi spaventare, perciò, dal titolo un po’ troppo erudito perché il senso della parola Ucronìa è subito spiegato al lettore nel Prologo che precede la vicenda narrata. Nelle prime tre pagine, infatti, si chiariscono immediatamente, le intenzioni di chi scrive e si provoca l’attesa di chi legge spingendo anche i più refrattari ad andare avanti con curiosità.

E’ davvero un viaggio avventuroso, pieno di fantasia, ma sempre con delle piccole vie d’uscita che riportano alla realtà, piccole vie di fuga dalla fantasia che permettono di uscire dall’angoscia e ritrovare la strada del ritorno. Anche se i “viaggiatori incauti”, come scrive l’autore, potrebbero perdere l’ancoraggio con il mondo e restare intrappolati “in un mondo parallelo a cui è facile affezionarsi, poiché l’uomo tende a credere che l’alternativa sia sempre migliore della vita reale”. La storia è raccontata in prima persona, cioè il protagonista è proprio il narratore, forse potrebbe essere il lettore. E così, nella pagina ardente di emozioni, appaiono fantasmi e demoni interiori, ma con un sentimento che è comune a tutti, che appartiene a ciascun singolo lettore perché ognuno di noi, più volte durante il corso della vita o della giornata, si domanda se fosse stato possibile un destino diverso, se esista ancora la possibilità di riavvolgere il nastro dell’esistenza e compiere una scelta differente prendendo un’altra strada…

Ecco, allora, che nella storia subentra la cognizione del tempo, la cognizione del dolore, la paura: “Non si scappa dal proprio destino, non si fugge dai propri errori, essi ritornano sempre”.

Con tali premesse, la narrazione si sviluppa apparentemente velata di malinconia, ma è invece carica di forza positiva, di energia costruttiva, di gioia e il lettore ne resta ammaliato, forse sedotto, quasi a voler abbracciare ogni rimorso, ogni rimpianto, ogni scelta sbagliata. Quindi, la vicenda si fa epistolare, subentrano lettere che parlano del passato, che guardano al futuro, che restano impigliate nel presente reale e in un presente immaginario, senza tempo e senza futuro, con la consapevolezza che l’orgoglio non serve, fa danni, produce catastrofi, è inutile.

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Orgoglio e mediocrità, dunque, secondo Sergio Mario Ottaiano (e anche secondo me!), sono i due vocaboli che più hanno segnato i nostri tempi e, quindi, per liberarsene, non resta che scrivere, leggere, migliorarsi sempre, ascoltare di più, comprendere gli altri e conoscere se stessi. Basterà? Forse può aiutare a salvarci.

L’Epilogo di tutto ciò non può essere svelato perché spetta al lettore compiere la navigazione fino in fondo, raggiungere il porto, condurre la lettura al termine del viaggio, alla fine del mare… Abbiate soltanto cura di guidare al meglio la vostra barca finita tra i flutti di Un’Ucronìa e, alla fine, scoprirete il perché.

di Pier Paolo Segneri

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